La Deputazione in Azione

Quanto bisogna dare in Tzedakà?

31/01/2011

Questa nota si basa essenzialmente su un articolo del rav dr. Dror Fixler, “Ma’asar Ksafim – shi’uro we shitat chishuvo”, pubblicato in Techumin (5770) pp.369-378.

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Dovrebbe essere a tutti noto che esiste un preciso dovere di fare opere di ghemilut chasadim, letteralmente “corresponsione di atti di amore”, di solidarietà sociale, per soccorrere chi è in difficoltà, nel cui ambito c’è il precetto della tzedakà. Genericamente non c’è un limite a questi atti, ma questo non vale per tutto; in alcuni casi  non c’è il limite, in altri si. La solidarietà infatti si può esprimere in due modi, con la propria persona o con le proprie sostanze. Nel primo caso si tratta di azioni come consolare le persone in lutto, partecipare a funerali, visitare ammalati, aiutare con proprie azioni persone in difficoltà, e su questo non c’è limite. Quando invece si tratta di intervenire con il proprio denaro in realtà il limite è stato stabilito.  Il principale riferimento è una decisione presa dai Maestri a Usha (una delle sedi dove si insediò il Sinedrio nel secondo secolo), in cui si stabilì che il limite da non superare è “il quinto”, il 20%. Non è che i Maestri avessero posto un limite alla norma della Torà, ma semplicemente spiegarono che la norma della Torà deve intendersi applicabile entro certi limiti.Va poi chiarito a cosa si riferisca il 20%, se al capitale o ai profitti; la risposta è che si tratta dei profitti, fatta forse eccezione per il primo anno di cui si dispone del capitale; se di prelievo di capitale si trattasse sempre, versarne un quinto all’anno ne comporterebbe una rapida  riduzione, in tre anni già della metà, e questo non viene richiesto. Si precisa anche che superare il quinto è un gesto di lodevole solidarietà, ma è consentito solo a chi per questo non si mette poi a rischio di dipendere da altri. Il modello di “dare tutto ai poveri” non è condiviso dalla nostra tradizione.

Se il 20% rappresenta il livello superiore, esiste un livello “intermedio”; che è il 10%; meno di questo è considerato avarizia. Il concetto di 10%  trova il fondamento nelle numerose norme della Torà che regolano le varie forme di tassazione obbligatoria sotto forma di decima (di cui una specificamente destinata ai poveri), solo che la decima della Torà si riferisce al prodotto della terra; la decima sui profitti di altra natura non è obbligatoria in senso stretto, rappresenta qualcosa in più, un hidur mitzwa, un “abbellimento del precetto”.

In questa cornice la destinazione dei fondi segue linee diverse. Per l’assistenza di emergenza ai poveri, alimentare e di vestiario, o per il riscatto dei prigionieri devono essere prelevati fondi prima dal capitale poi dai profitti, nei limiti sopra detti; quando non esistono queste urgenze la percentuale dei profitti può essere destinata ad altre opere meritorie, come l’essere compare a una circoncisione (che comporta obblighi di aiuto negli anni successivi) o aiutare un matrimonio o acquistare libri di studio. Su questo punto esistono in realtà diverse opinioni, da chi sostiene che la decima debba essere esclusivamente riservata ai poveri, a chi dice che se non si trovano destinatari si possa destinare ad altre cause benefiche a chi infine sostiene che si può destinare a priori ad altre cause.

Deve essere però chiaro che nell’ambito degli obblighi di tzedaqà vi sono anche obblighi famigliari, come il dovere di mantenere i figli, che un tempo era limitato all’età di sei anni ma che è stato esteso ai 15 anni da una decisione del Rabbinato Centrale d’Israele, e probabilmente potrebbe estendersi ulteriormente in mutate condizioni sociali (come quella italiana di oggi). Valutazioni simili possono riguardare altre spese domestiche come quelle per le nozze dei figli. Sembra lecito attingere per queste spese dal fondo destinato alla tzedaqà, ma solo dopo aver dato il minimo ai poveri estranei.

C’è poi da considerare che nella società attuale quando si pagano le tasse una parte considerevole è destinata ad assistenza sociale, e ciò può rappresentare anche un anticipo di fondi di tzedaqà. Questo sembra valere anche in un società a maggioranza non ebraica, perchè comunque le assistenze sociali per cui si pagano le tasse vengono prelevate da tutti i cittadini ed erogate a chi ne ha bisogno senza distinzioni.

Per dare una guida pratica su quanto ognuno sia tenuto a dare in base a queste premesse, e per conciliare le diverse regole e interpretazioni, si può procedere in questo modo:

Dopo aver tolto dagli incassi sia le spese per l’esercizio dell’attività lavorativa che le spese necessarie per la gestione domestica, si hanno i profitti netti su cui calcolare la percentuale. La somma da erogare va divisa in modo che una metà sia destinata a persone e finalità prescelte dal donatore e l’altra metà a destinatari generici. Quindi il 10% dei profitti netti va dato ai poveri, e un altro 10% si può destinare ad altre mitzwot, all’educazione dei figli, all’acquisto dei libri e simili. Dentro questa seconda parte si possono considerare come già erogate, al 50%, una parte delle tasse pagate per finalità sociali (1).

Un esempio pratico di applicazione è in questa tabella che si riferisce ad un lavoratore dipendente (ogni cifra, in euro, è puramente indicativa e  va riportata alle diverse situazioni particolari):

Compenso lordo mensile: 3000-
Ritenute fiscali a vario titolo: 1200=
Compenso netto: 1800-
Spese di base per la famiglia: 1400=
Netto su cui calcolare le %: 400
20% del netto: 80
metà da destinare ai poveri: 40
altra metà a varia destinazione: 40
corretta al 50% per gli anticipi fiscali sociali: 20

In pratica 40 euro vanno destinati direttamente a poveri sconosciuti e altri 20 euro vanno destinati a mitzwot varie, anche di uso personale e famigliare.

Di solito in ogni comunità esiste un fondo o una struttura pubblica che raccoglie le somme per i poveri e le distribuisce facendo in modo che non vi sia conoscenza diretta tra donatore e ricevente, secondo le regole migliori della tzedaqà. Devolvere la somma dovuta a queste strutture è il modo migliore per adempiere alla mitzwà. A Roma la struttura è la Deputazione Ebraica di Assistenza.

Le somme paate per le tasse comunitarie non vengono destinate ai poveri se non in minima parte, ma possono essere considerate come una parte dell’altro 10% destinato ad altre mitzwot.

Riccardo Di Segni

nota (1) nella tabella proposta da Fixler sembra invece che la riduzione del 50% si debba applicare alla quota destinata ai poveri.

31 gennaio 2011

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